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#7 Data trash
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La scrittura nella tela | English version
!Kung incontra 5 scrittori di ipertesti narrativi
[beginning] [net]
[future] [writing] [roots]
[beginning]
Molti studi letterari
(da Barthes a Landow) sono arrivati alla conclusione che la forma ipertestuale
permette un tipo di lettura più libera della lettura di tradizionali
testi lineari. Da lettore di hyperfiction però, sento un grande limite
ad attuare operazioni di lettura atipiche: sto parlando dell'inizio di un ipertesto
e dello sviluppo di una interfaccia adeguata a lasciare da subito al lettore
il controllo del testo. Voglio dire, quando tengo in mano un libro, posso aprirlo
nel mezzo e iniziare a leggere da pagina 128, e allo stesso modo posso iniziare
a vedere un film da un certo punto in avanti, e la cosa è molto utile
se sto cercando di fare un'analisi del testo in questione (leggendolo più
volte). Quando leggo una hyperfiction, specialmente una hyperfiction sul web,
sono sempre costretto a partire dalla prima pagina, anche se poi non esiste
nessuna seconda pagina.
William Gillespie
Non puoi guardare un film da un certo fotogramma in avanti. Ci riesci? Di
certo non così facilmente come puoi iniziare a leggere un libro da una
certa pagina. Voglio dire, se davvero ti vuoi passare tutta la pellicola nel
proiettore fino a che non trovi il fotogramma, puoi farlo, ma ci impiegheresti
un mucchio di tempo e rischieresti di rovinare la pellicola.
Mark Amerika
Primo, dobbiamo
sbarazzarci della metafora della pagina. La pagina deve lasciare strada alla
videata, e dal momento che il concetto di videata, almeno per le mie ricerche,
è oggi chiaramente dipendente dal concetto di rete, dobbiamo capire come
tutto ciò possa creare opportunità interessanti per ripensare
l'autore e il lettore come artisti virtuali.
Shelley Jackson
Sei libero di
aprire un libro nel mezzo? Sì, e un maratoneta è libero di salire
sul metrò e arrivare primo, come ha fatto una volta una donna intraprendente
a New York (o era Boston?). E' libera di farlo, ma non sta più correndo
una maratona. Un lettore è libero di girare per il libro come vuole,
ma questa non è una libertà che ci suggerisce il testo stesso,
è una libertà che il lettore si costruisce da solo. Tutti i testi
implicano dei lettori, sono la metà fissa di una performance di gruppo,
e cercano con vari suggerimenti e coercizioni di guidare i propri partner verso
un cammino comune. Il lettore in concreto è comunque libero di leggere
come gli pare, ma il lettore implicito non lo è. Nel romanzo tradizionale,
questa attività di lettura di guerriglia (e noi tutti siamo lettori da
guerriglia) esiste in relazione ad un testo che è definito come un viaggio
ininterrotto e a senso unico.
A me personalmente
piace il lettore da guerriglia, e sono d'accordo nel dire che sicuramente i
testi elettronici tendono ad aumentare la libertà di movimento testuale.
In Patchwork Girl, la mia speranza è che le mappe e le viste rendano
possibile al lettore capire dove si trova e studiare una linea di lettura. Il
mio lettore ideale è capace di districarsi nel testo di Patchwork Girl
esattamente come me (ovviamente devo anche accettare che i lettori reali possano
fare qualcosa di completamente differente). Questa può essere la differenza
più evidente tra Patchwork Girl e un romanzo: il mio lettore implicito
E' un lettore da guerriglia. Legge un po' di narrativa lineare, ma salta anche
dove le pare, andando a conoscere cosa c'è lì e come si relaziona
con il resto, andando a scovare le proprie piste personali. In My Body, d'altronde,
stavo pensando alla lettura come ad una specie di cieco scavare, nel quale il
lettore si potesse perdere. Una specie di incontro sessuale, nel quale sei troppo
vicino per avere una vista complessiva. Leggere come leccare. In questo lavoro,
in altre parole, volevo prendermi un po' di libertà DAL lettore, per
il suo stesso piacere, chiaramente. Penso che sia stato detto troppo sulla libertà
del lettore negli ipertesti. La libertà non è né il risultato
automatico né lo scopo ideale dell'ipertestualità. Ogni testo
crea certi tipi di libertà per il lettore e ne nega altri.
Come affrontate il problema della prima pagina? Come scegliete la prima pagina nei vostri lavori?
Shelley Jackson
A me personalmente
piacciono le prime pagine. Mi piace quella convenzionalità formale, il
senso di trovarsi di fronte a un prtale. L'invito: entra e vieni a dare un'occhiata.
Mi piace fornire al lettore una mappa, perché mi piacciono le metafore
spaziali, l'ipertesto come un'installazione linguistica, attraverso la quale
si può girovagare, e mi piace che i miei lettori familiarizzino con questo
terreno culturale. Ma un'esperienza estetica si potrebbe creare anche lasciando
il lettore all'oscuro. Posso immaginare la scrittura di un testo che non ha
alcuna mappa, alcun punto di entrata privilegiato, alcun titolo. Per esempio,
il World Wide Web.
(Non sapevate
che sono stata l'autrice capo del Web? Scrivo sotto la copertura di numerosi
falsi nomi, naturalmente, e quando gli altri invadono il mio lavoro, io entro
nei loro siti e rimpiazzo le pagine esistenti con altre versioni molto simili
ma concettualmente superiori, alla Pierre Menard. Che il pubblico non apprezzi
questo lavoro è cosa indubbia, risvegliare l'indifferenza del pubblico
è la mia ambizione e il mio talento particolare. Questo è il mio
primo annuncio pubblico per reclamare la paternità letteraria. Naturalmente,
questo è contrario alla mia ricerca di incomprensione come scopo estetico,
punbto sul fatto che il pubblico decida che sto mentendo.)
Adrienne Eisen
Quando scrivo
un ipertesto, scrive per un pubblico che è come me, e ho bisogno del
conflitto per appassionarmi ad una storia. Ho bisogno di sapere immediatamente
cosa c'è in palio, qual è il problema. Se non c'è nessun
problema, allora non mi importa cosa succede. Uno scrittore russo (Tolstoj?)
una volta ha detto qualcosa tipo "Tutte le vite felici sono uguali, tutte quelle
infelici sono infelici in modo diverso". Ho bisogno di sapere rapidamente che
sto leggendo di una vita infelice.
Di conseguenza
per me un'ipertesto si deve aprire con un problema. Non ho voglia di cliccare
cinque volte prima di incontrare il problema, allo stesso modo in cui non ho
voglia di girare dieci pagine prima che succeda qualcosa. Non sono ancora riuscita
a far sì che il lettore sia in grado di conoscere il problema senza controllare
i primi brani di testo che un lettore incontra.
Nello stile
di "qual è il problema?" è "qual è la soluzione?". Non
tutti i problemi hanno soluzioni, probabilmente la maggioranza non ne ha. Ma
tutti i problemi possono essere resi più chiari se ci si pone le giuste
domande. Così per me, la fine di un ipertesto deve mostrare al lettore
un finale chiaro o una visione chiara del problema (come la fine di "In the
Bottom of the Lake" di Tim O'Brian - lui in effetti dice che non c'è
nessun finale alla sua storia, ma per lo meno si può arrivare a capire
di che tipo di infelicità sta scrivendo, cosa che all''inizio non era
probabilmente possibile.)
Dirk Stratton
The Unknown
ha affrontato a lungo questo problema. Io ho diffidenza per le homepage o pagine
di default per le stesse ragioni che avete evidenziato voi. Cioè, volevo
che "The Unknown" fosse un ipertesto il più "puro" possibile. Con questo
intendevo dire che personalmente la cosa più interessante degli ipertesti
è che consentono ai lettori una grande libertà nel sciegliere
il proprio percorso di lettura e rendono il lettore un collaboratore attivo
nella costruzione del testo. Ogni restrizione della libertà del lettore
mi ripugnava, come se fosse una violazione dei principi fondamentali dell'ipertestualità
(almeno come li intendevo io). Così per molto tempo The Unknown non ha
avuto una prima pagina. All'inizio la prima pagina che abbiamo scritto è
diventata la pagina di default…per default. E alla nostra prima lettura interattiva
(dove consentiamo ai lettori di scegliere quali link seguire) abbiamo iniziato
da quella prima pagina e poi lasciato che il pubblico ci conducesse nell'attività
di lettura. Verso la fine per le nostre letture abbiamo iniziato a scegliere
la prima pagina a seconda del pubblico: per esempio quando abbiamo letto alla
Brown University, abbiamo iniziato con una pagina che parlava di una visita
alla Brown (che per il vero era stata scritta sei mesi prima di aver ricevuto
l'invito). Se questo metodo mostrava di funzionare per le nostre letture dal
vivo, non risolveva il problema di quale pagina il lettore avrebbe trovato collegandosi
a The Unknown on line. I nostri consulenti tecnici (quelli che si occupavano
del nostro primo server) iniziarono a tormentarci con questo problema, e così
alla fine abbiamo ceduto. Un weekend, mentre ero a Chicago a trovare Scott abbiamo
deciso di far qualcosa per la homepage. Data la mia poca simpatia per il progetot,
l'unico modo che mi lasciava in pace con me stesso era scrivere una pagina che
comunicasse chiaramente le mie riserve sulla cosa. In effetti, alla fine abbiamo
scritto una pagina di default che discute i pro e i contro delle pagine di default
(se volete leggerla, la trovate all'indirizzo
http://www.unknownhypertext.com/default.html).
Recentemente
The Unknown ha scelto un'altra soluzione con il passaggio ad un nuovo server
web. William ha creato uno script CGI che sceglie casualmente la prima pagina
vista dal lettore (da una lista di una dozzina di pagine che ci sembravano tutte
buoni punti di partenza). Se questo metodo non lascia al lettore la scelta del
punto di partenza, è anche vero che toglie questa scelta anche all'autore,
cosa che credo sia buona. Ora un lettore può entrare in The Unknown virtualmente
senza alcuna interferenza da parte degli autori.
A questo
punto lasciatemi discutere un po' alcune delle vostre considerazioni sulle frustrazioni
derivanti da prime pagine inaggirabili e come tutto questo differisce da quanto
accade altrove (siano libri, film o altro).
Se avete
ragione nel dire che un lettore non è costretto ad iniziare un libro
dalla prima pagina, rimane il fatto che i libri hanno prime pagine, e che è
altamente improbabile che un lettore non inizi dove l'autore vuole che si inizi
a leggere. Ogni lettura successiva sarà poi informata da quell'esperienza
della ineluttabile natura lineare del libro. Quindi, se riprendi un libro e
inizi a leggerlo a partire da un punto preciso, lo farai con la consapevolezza
di quale posizione occupa quella pagina rispetto alla prima (e alle altre che
la precedono). In altre parole, l'ordinamento degli eventi da parte dell'autore
rimane il contesto nel quale si legge, anche se si decide di violare quell'ordine.
In un caso come questo il disegno dell'autore rimane predominante, senza che
importi come il lettore interagisce con quel disegno; un lettore può
sempre rompere un po' le regole, ma non può mai rigettarle in toto.
L'ipertesto,
d'altro lato, può (non lo fa sempre, come dirò dopo) alterare
radicalmente questo "imperativo lineare" quando i suoi autori rinunciano ad
ogni pretesa di determinare in quale ordine andrebbero lette le pagine. The
Unknown, per esempio, è costruito in modo tale che una volta che il lettore
vi è entrato, ha letteralmente a disposizione l'intero ipertesto: può
andare dove vuole, quando vuole, senza alcuna restrizione. Ogni pagina contiene
il metodo per farlo. Non c'è alcun ordine creato dall'autore da scoprire
o da violare. Difatti, una delle lamentele più frequenti è che
il nostro lavoro offre troppa libertà, che l'assenza degli autori induce
ansia, perché certi tipi di lettori vogliono più direzionalità
di quanta noi intediamo offrire.
In questo
senso The Unknown è una specie di rarità nel mondo degli ipertesti.
Ciò che mi disturba di molti ipertesti che ho letto è che gli
autori hanno voluto tenere troppo controllo sul testo; le scelte possibili per
il lettore sono così limitate che sembra di leggere un libro. Francamente
non capisco questo impulso di ereggere questi segni a senso unico in uno scenario
in cui non è necessario, ma anzi è sconsigliabile farlo. Anche
nei supposti mondi ipertestuali liberati dall'autore, le vecchie abitudini sono
dure da sconfiggere.
Credete che scrivere ipertesti significhi anche sviluppare interfacce di lettura?
Mark Amerika
Molto dipende
dall’Interfaccia. Troppe cose di quelle che vediamo oggi sul web sono noiose
e prevedibili, guidate da una mentalità da still life, da clicca qui,
che equipara il cliccare al consumare. Quindi l’arte ipermediale, sia essa testuale
o visiva o concettuale o un ibrido di queste, deve disimparare questo linguaggio
da ecommerce che i capitani della cultura corporativa hanno reso assolutamente
troppo comune.
William Gillespie
La scrittura
ipertestuale è lo sviluppo simultaneo di un testo e di una interfaccia.
Dirk Stratton
Si, sicuramente.
Penso sia un compito che ogni autore di ipertesti dovrebbe affrontare seriamente.
E può risultare ovvio da quel che ho detto prima, sono piuttosto orgoglioso
dell’interfaccia reader-friendly e reader-empowering che abbiamo sviluppato
per The Unknown.
E per quel che riguarda la fine di una hyperfiction? Scrivete diversi finali o preferite che sia il lettore a chiudere la propria esperienza di lettura da solo?
Dirk Stratton
La mia prima
risposta sarebbe che l’hyperfiction "pura" non dovrebbe avere fine,
e che i lettori dovrebbero essere quelli che decidono quando fermarsi. Ma riconosco
anche che l’ipertesto è stato usato (con effetti sorprendenti) per raccontare
storie essenzialmente lineari; in questi casi dei finali prodotti dall’autore
potrebbero avere un senso.
(Voglio chiarire
il mio uso del termine "pura" perché non voglio che si immagini
che ho stabilito ordini di rettitudine o cose del genere; ho usato quellaa parola
in termini descrittivi, non critici. Il modo migliore per intenderci è
di immaginare un continuum che registra quanto un autore controlla l’esperienza
di lettura del proprio ipertesto. Gli ipertesti più "puri"
sono quelli in cui l’autore ha meno controllo; questo è tutto. E anche
se io personalmente preferisco questo tipo di ipertesti, non pensate che io
creda che siano in qualche modo superiori a ipertesti in cui l’autore mantiene
un controllo più diretto su ciò che il lettore può leggere
e in quale ordine.)
Shelley Jackson
Nei miei lavori, la fine implicita (che è difficilmente la fine effettiva in ogni esperienza concreta di lettura) è quando hai letto tutte le pagine e hai esplorato abbastanza da avere un senso del tutto. Non sono fondamentalmente interessata a quel tipo di storie che si realizzano solo raggiungendo un finale appropriato. Preferisco cercare di dare ai miei lettori un piacere lungo il percorso, mentre costruiscono il loro proprio senso del tutto.
Mark Amerika
E’ importante
vederlo come una sospensione, e non come una conclusione. Non c’è nessuna
fine narrativa, vero, ma sono stato capace di esprimere possibilità narrative
multilineari anche nei miei romanzi. O anti-romanzi, come hanno chiamato "The
Kafka Chronicles" che, il lettore se ne accorge presto, è aperto
a molteplici tipi di lettura (non devi per forza leggerlo da pagina uno a "La
fine"). Sospendendo la lettura, si crea un riposo temporaneo. Il riposo
è un bene. Puoi fare surf sul web per sei giorni di fila e poi, il settimo
giorno, puoi salvare la tua esperienza e riposare. Quindi: lasciamo decidere
il lettore (qualche volta devono scrivere anche loro).
Più in generale, l’ipertesto è un testo lineare con residui frammenti di linearità o è una realtà completamente alineare?
Mark Amerika
Ci sono molti
tipi di ipertesti e la maggioranza, se li leggete con attenzione, sono costruiti
convenzionalmente, come le vecchie favole moderniste, frammentate per creare
effetti estetici, con un chiaro desiderio di totalità - <o> - dolce
coesione. Veramente io ho qualche problema con tutto questo. Se volete una vera
esperienza ipertestuale, digitate la parola "religioso" nel vostro
motore di ricerca preferito e lasciate che comincino i click (il consumo).
Dirk Stratton
Non credo che
si possa fuggire la linearità. La scrittura è lineare e nessuno
può fare nulla per cambiare questo stato di cose. Sicuramente potete
alcune delle convenzioni lineari che caratterizzano la scrittura, ma una "realtà
completamente alineare"? beh, se qualcuno può mostrarmi una cosa
del genere (che contenga scrittura) bene, ma fino ad allora…
Shelley Jackson
Non esiste un
testo completamente non lineare. Il linguaggio ha un aspetto non lineare – le
parole risuonano in una specie di simultaneità – ma noi possiamo leggere
una sola frase per volta (o forse due o tre, ma non un numero infinito).
Quasi tutti i mass media degli ultimi due secoli hanno prodotto almeno una forma narrativa specifica, voglio dire: radio -> radio drama, cinema-> film stile hollywood, fotografia-> fotoromanzi, tv-> telenovele e fiction (e molto altro)…
Dirk Stratton
Ma queste sono
poi delle forme narrative specifiche, diverse le une dalle altre? Voglio dire,
sono tutte fondamentalmente delle narrazioni. Sono più interessato alle
loro somiglianze che alle diversità. Gli esseri umani crescono raccontandosi
delle storie, sia che lo facciano attorno ad un fuoco in una grotta nell’Età
della Pietra, sia che lo facciano nell’oscurità di un cinema.
Mi sembra che la rete non abbia ancora sviluppato una propria forma narrativa popolare e riconoscibile: forse questo ha qualcosa a che fare con le peculiarità di questo nuovo medium?
Adrienne Eisen
Credo che la
narrazione interattiva si aancora lontana da quello che diventerà in
futuro.
La larghezza
di banda detterà i parametri della sperimentazione; oggi abbiamo una
larghezza di banda relativamente piccola, e di conseguenza la sperimentazione
è un po’ limitata. Strumenti come l’html e Storyspace incontreranno un
bel po’ di competizione una volta che la banda sarà più ampia:
l’intrattenimento interattivo diventerà remunerativo su larga scala,
e Hollywood pagherà parecchio per avere strumenti per la narrazione interattiva.
Anche gli scrittori incontreranno un bel po’ di problemi. In più, gli
scrittori che lavorano ad Hollywood, che sono molto bravi a capire per cosa
il pubblico di massa è disposto a pagare, non hanno ancora affrontato
la scrittura interattiva perché non c’è modo di cavarci un dollaro
per ora. Quando la larghezza di banda aumenterà, si muoveranno anche
ad Hollywood ela narrazione interattiva diventerà una convergenza di
diversi media più di quanto non sia ora.
William Gillespie
Beh, internet
è un tipo divertente. Sta sperimentando un sacco di forme narrative diverse.
Abbiamo narrazioni diaristiche (http://www.links.net)
e abbiamo soap opera (http://www.zdnet.co.uk/athome/yahoo/may_26_97.html)
e news (http://news.yahoo.com) e
anche cartoni (http://www.flashfilmfestival.com)
Dirk Stratton
Probabilmente
ha a che fare con la relativa novità di internet. I primi film erano
sostanzialmente drammi teatrali ripresi dalla cinepresa; c’è voluto un
po’ prima che i registi imparassero cosa il cinema, o meglio cosa loro potessero
fare con il cinema (per esempio il concetto di mise en scene). Lasciamo che
la rete maturi un po’ di più e poi potremo farci di nuovo questa domanda.
L’Hyperfiction potrebbe essere questa nuova forma narrativa che stiamo aspettando?
Shelley Jackson
Chi lo sa? Questa
domanda può avere una risposta solo più avanti. C’è sempre
un periodo viscoso nel momento in cui un nuovo medium cerca di separarsi chiaramente
dai più vecchi.Anche se alcune persone, dolcemente rimbambite dalla novità,
sono sicure che tutto sarà diverso in futuro (in meglio) e altri, nauseati,
sono sicuri che d’ora innanzi tutto sarà diverso (in peggio), la verità
è che è molto difficile distaccarsi dal passato. Stiamo cercando
di immaginare una nuova forma, ma con un’immaginazione formata dai vecchi media.
Una cosa che so per certa è che quello che stiamo facendo ora sembrerà
molto ingenua più avanti nel tempo.
Dirk Stratton
Forse. Ma ancora,
penso sia una domanda un po’ prematura.
Mark Amerika
La narrazione
sul web sta diventando qualcosa di Altro, una specie di Retorica del Digitale.
Quello che si prova leggendo e muovendosi (navigando) per la rete è più
vicino ad una narrazione degenerativa, dove l’attenzione è costantemente
sfidata e disturbata. Quel che si decide di fare della propria attenzione è
quindi trasformato in esperienza narrativa immediata. Può essere di tutto,
dall’interagire con un concept album in mp3 al partecipare ad uno spazio interattivo
e in tempo reale attraverso la "scrittura" di un proprio personaggio
all’interno di un MOO o di un canale IRC. Le possibilità sono molte.
William Gilliespie
Riguardo alla
possibilità che l’hyperfiction possa essere la nuova forma che stiamo
aspettando, l’unico e riconoscibile contributo di Mr.Internet alla narrativa,
francamente non lo so.
Aspettate,
voglio dire, sì.
Beh, forse
aiuta di più o è più interessante pensare a internet come
ad un sistema di distribuzione più che ad un medium, dal momento che
è la confluenza di vecchi media (testo, fotografia, cinema) e nuove tecnologie.
L’Hypertext
Markup Language, anche se non ha inventato l’hyperfiction, l’ha resa accessibile
a tutti (la gente sa cosa sono i "link") e ha garantito a tutti un
sistema libero, semplice e non proprietario per scrivere ipertesti.
Scrivere per la rete comporta anche la ridefinizione del vecchio concetto di copyright. Avete paura di questo? Come state affrontando (voi o i vostri editori) i problemi derivanti dal copyright su internet oggi?
Shelley Jackson
Sono interessata
alla pirateria e al plagiarismo. Non sono interessata al copyright, se non quando
garantisce una qualche entrata agli spiantati e punisce i potenti, che sono,
purtroppo, i suoi usuali beneficiari.
Dirk Stratton
The Unknown
non ha un editore. Ma ne vogliamo uno.
William Gillespie
Abbiamo appena
scoperto che una recensione, pubblicata in origine su Technology Review, del
nostro romanzo ipertestuale gratuito The Unknown è stata venduta (illegalmente,
senza il permesso dell’autore) su internet.
(http://www.contentville.com/product/product.asp?ProdID={F1413AA4-3D6C-46C4-9223-F010602787DA})
Chi vorrebbe
comprare la recensione di un romanzo gratuito invece che leggersi il romanzo?
E che specie di parassita può cercare di rubare e vendere una recensione?
Scusate,
qual era la domanda?
Mark Amerika
Provate il copyleft,
cioè lasciare una copia gratuita agli altri, di modo che la possano prendere
e ridistribuire gratuitamente attraverso i propri network. In questo modo potete
creare una cre/pa (divisione) tra l’essere intellettuali e l’essere proprietà.
Preferite scrivere per internet o per il mercato del multimedia su cd (tipo Eastgate)? Ci sono delle differenze?
William Gillespie
Una dele differenze
e che internet è un sistema di distribuzione gratuito, istantaneo, mondiale
e senza rivali nella diffusione dell’informazione
Un’altra
differenza è che internet non ha redattori che rifiutano il tuo lavoro.
Mark Amerika
La risposta
è semplice: internet è il modello di distribuzione e pubblicazione
più radicale di sempre per l’arte e la scrittura. Punto e basta.
Shelley Jackson
Mi piace scrivere
per la rete, perché il pubblico è immenso e non pre-selezionato
da un interesse specifico per gli ipertesti sperimentali. Mi piace il fatto
ch enon costi nulla leggere i miei lavori on line, posto che avete già
pagato la connessione a internet (e rubato un computer). Mettere il mio lavoro
in rete è un gesto di fiducia nei lettori e nel valore intrinseco di
creare qualcosa di strano e difficile da spiegare. Nessuno si aspetta di guadagnarci
qualcosa (a parte quel misto di piacere e tristezza che mi dà lo scrivere).
Questa rara e bellissima virtù è anche il problema: non ci guadagno
un soldo!
I nuovi strumenti di sviluppo nel campo del multimedia (Flash, Director, Toolbook) sembrano favorire una forma d’arte digitale lontana dalla parola scritta e vicina ad altre forme di espressione (cartoon, musica, arte visiva, design, teatro, fotografia, fumetti, cinema). D’altra parte, al di là di sperimentazioni portate avanti da dipartimenti universitari, c’è una forte perdita d’interesse nella parola scritta in genere.
Dirk Stratton
Sono scettico
davanti a quest’idea che ci sia una "forte perdita d’interesse nella parola
scritta in genere" – su che cosa basate questa affermazione? Ricordate
le grandi profezie di qualche anno fa su come i computer ci avrebbero portato
ad uffici senza carta? Difatti l’uso di carta è aumentato esponenzialmente.
E cosa c’è sulla carta? Non ci sono solo grafici a barre, questo è
certo. E che dire dell’esplosione dei servizi di email? Un bel po’ di parole
circolano lì in mezzo. uahhjhssqdddddddQuando leggo il numero di libri,
giornali e riviste pubblicati ogni anno faccio davvero fatica a credere che
rifletta una forte perdita di interesse nella parola scritta.
Adrienne Eisen
Una volta che
la larghezza di banda sarà ampia abbastanza credo che il mercato di massa
per la narrazione interattiva sarà più simile al cinema che ai
libri. Sarà un po’ come cinema e libri ora – la maggioranza guarda film,
pochi leggono libri.
Mentre il
mercato dei media interattivi cambia per imitazione verso il modello del mercato
dell’intrattenimento attuale, anche i processi di produzione cambiano. Infatti
i media interattivi si stanno già muovendo verso un modello di studio,
dove gli scrittori sono solo una parte di una produzione più ampia. Per
esempio da POP e da Icebox (tutte e due imprese di produzione di Los Angeles)
gli scrittori lavorano con i designer, e viceversa, così con il maturare
della narrazione interattiva lo steccato si farà più alto e ci
sarà poco spazio per designer che scrivono e per scrittori che scarabocchiano
con Photoshop e Flash.
In questo
scenario, credo ci sia spazio anche per una Eastgate – una compagnia che si
interessa all aparola scritta e non cerca lo stesso pubblico di POP e Icebox.
Forse, quando l’industria maturerà, POP e Icebox compreranno diritti
da Eastgate allo stesso modo in cui gli studio fanno ora con Random House.
Siete interessati a mescolare la scrittura narrativa tradizionale con altri media?
Dirk Stratton
Sì.
William Gillespie
Sono interessato
ai nuovi significati che possono emergere dall'intersezione tra media che prima
erano visti come separati, ma in generale non sono interessato a del testo che
è semplicemente mascherato con font particolari e colori sgargianti e
animazioni che distraggono e musica vibrante, o testo che diventa illeggibile
perché è stato mescolato con troppi livelli di suoni o immagini.
Badate anceh all'aspetto visivo dei vostri lavori?
Dirk Stratton
Sì.
Adrienne Eisen
Mi ritengo una
scrittrice e una site architect (dal momento che scelgo l'ordine nel quale il
lettore incontra ogni pezzo del mio lavoro). Non sono una designer.
L'iperscrittore che verrà sarà anche un fotografo o un musicista?
Dirk Stratton
Sicuramente
non farà male, ma no credo che sia assolutamente necessario.
William Gillespie
L'iperscrittore
che verrà non è una persona con una sola abilità e nemmeno
una sola persona. Il modello collaborativo diventerà più comune
del modello autoriale del singolo. La fotografia e la musica sono solo due dei
molti canali che possono confluire nei nuovi media. Un giorno, usando la realtà
virtuale, ci sara spazio anche per la scultura e per l'architettura sul web.
Forse posso dire che l'iperscrittore del futuro, non importa quanto bene saprà
lavorare con mezzi artistici, dovrà sapere lavorare in gruppo con altre
persone. E una di quelle persone dovrà sapere qualcosa di computer.
Mark Amerika
E' una buona
domanda, una domanda che sto affrontando nella mia attività di ricerca
qui alla University of Colorado, dove sto portando avanti un curriculum in Internet
Art. Le risposte non sono facili perché tutto dipende dal singolo artista
o dal gruppo di artisti. La maggioranza della net art che vedo oggi contiene
qualche elemento testuale. Chiaramente in un lavoro come Grammatron, il testo
è lampante. Ma nel mio secondo grande progetto, Holo-X, che ho creato
insieme a Jay Dillemuth, l'accento è sulla realtà virtuale e sull'esperienza
in tre dimensioni 8anche se c'è pure una componente testuale). Il mio
terzo progetto, PHON:E:ME, è stato più un esperimento su suono
e design, cioè remix tipo Dj e testo animato che diventa arte visiva
animata. PHON:E:ME è anche un lavoro di arte concettuale on line. Molti
altri csrittori di mia conoscenza stanno andando in questa direzione. Quindi
forse l'iperscrittore, l'artista virtuale, non va più collocato nel futuro,
ma è già qui!
Che strumenti state utilizzando per scrivere i vostri ipertesti?
Mark Amerika
Tra gli altri
html, javascript, vrml, animation, video, real audio, mp3, shockwave, flash,
3-D audio, eccetera. Ma gli strumenti sono usati sempre per raggiungere fini
narrativi, retorici, concettuali, visivi.
Dirk Stratton
BbEdit per l'html
(sto imparando a usare Dreamweaver, che gli altri due miei collaboratori usano
di solito). Sto lavorando su alcuni ipertesti che ho iniziato a scrivere a penna,
ma la versione finale chiaramente starà nel ciberspazio e avrà
bisogno di qualcosa tipo Dreamweaver per essere ultimata.
William Gillespie
Dreamweaver,
Photoshop, Illustrator, Inspiration, ImageReady, Word, Pico, penna, carta e
inchiostro.
L'unità elementare che costituisce l'ipertesto è chiamata lessia - per usare un vocabolario barthesiano, grammo - se usiamo invece il vocabolario di Derrida, o pagina, se usiamo la terminologia della rete. Come scegliete di dividere il vostro testo in singole unità? Voglio dire, rispettate per esempio la classica unità di azione (o di tempo, o di spazio) nel fare le vostre scelte?
Adrienne Eisen
Quando scrivo
mi assicuro che ogni unità ipertestuale contenga un qualcosa che spinga
il lettore avanti nel testo - un conflitto chiaro e una via verso la soluzione
e il payoff alla fine - e tutte le unità dovrebbero partecipare alla
creazione di una più grande sequenza conflitto - soluzione - payoff.
Penso che la natura della vita è data dal fatto che questa sequenza è
spesso incoerente, e l'ipertesto funziona bene per far risaltare questa incoerenza
di fondo.
Dirk Stratton
Con The Unknown
i ltermine adottato era "scena", del tipo "Dirk, scrittore nullafacente che
non sei altro, è ora che scrivi una scena per The Unknown". Dal momento
che The Unknown contiene liste, poesie, dialoghi, prosa saggistica e buona vecchia
prosa di fiction, oltre a svariate altre cose, "scena" è stato usato
in maniera piuttosto libera. Tuttavia, per esempio, le parti di fiction sono
per la grande maggioranza indistinguibili da altri pezzi di fiction convenzionale;
hanno un inizio, un mezzo, una fine e così via. Ogni tanto scene più
grandi sono state divise in più pagine da leggersi in sequenza, ma per
la maggior parte le "scene" erano disposte una per pagina.
Shelley Jackson
La mia scrittura
sembra disfarsi in pezzettini da sola. (Anche la mia scrittura per la stampa
è fatta di pezzi brevi, e li mescolo ossessivamente prima di decidermi
sull'ordine finale). Non penso assolutamente, almeno non consciamente, all'unità
d'azione o simili! L'unica risposta è che non c'è nessuna risposta:
alcuni pezzetti potrebbero essere letti come prosa poetica, come i quadrati
della sezione Quilt in Patchwork Girl, altri sono brevi scene all'interno di
una sequenza narrativa, altri spingono il lettore verso una linea di ragionamento.
In My Body la maggioranza delle pagine si chiamano come parti del corpo, ed
è proprio di questo che parlano.
William Gillespie
Lavorando a
The Unknown ho finalmente imparato che ogni pagina deve funzionare di per sé
stessa allo stesso modo in cui deve funzionare (in modi molteplici e difficili
da prevedere) nel contesto più ampio dell'ipertesto. Ho cercato di fare
di ogni pagina una piccola piccola storia con una fine, in modo da compensare
il fatto che la forza narrativa doveva abbandonarsi alla multisequenzialità.
Utilizzate lo stesso metodo di suddivisione del testo in tutti i vostri lavori? Mentre scrivete sapete già quali parole diventeranno link o quella è una fase successiva?
Dirk Stratton
Dipende. Ho
fatto in entrambi i modi. Comunque di solito evidenzio almeno alcuni dei link
mentre scrivo. Scott d'altra parte fa i collegamenti solo dopo aver scritto
tutto.
Shelley Jackson
Per me scrivere
e linkare sono due fasi separate. Forse sono una scrittrice naturale di ipertesti,
perché sembra che sia assolutamente incapace di scrivere una storia dall'inizio
alla fine. Tutto quello che scrivo viene fuori in piccoli pezzetti, come tanti
maccheroni (che mi fanno pensare alla fantastica ma poco usata parola "maccheronico",
cioè messo assieme da un mucchio di fonti diverse, una parola che avrei
utilizzato in Patchwork Girl se l'avessi saputo in tempo). Per scrivere un romanzo
devo prendere tutti i maccheroni dalla pentola e infilzarli uno ad uno, sia
che segua una trama sia che usi qualche altro modello di sequenza narrativa.
E' una specie di linkaggio ipertestuale - la linearità è il caso
limite dell'ipertestualità - bisogna solo decidere un percorso (sperando
che sia il migliore) e ignorare tutti gli altri. Con gli ipertesti multilineari
devi ancora prendere decisioni, ma ti si aprono altre possibilità estetiche:
puoi usare un percorso per commentarne un altro, fare percorsi quasi paralleli
(come in Patchwork Girl, dove ci sono due strade che divergono per un po' e
poi si ricongiungono), puoi obbligare il lettore a prendere decisioni…
La cosa che
mi interessa di più è usare l'ipertestualità per creare
nuove strutture formali. Come ho detto, mi piacciono le metafore spaziali, tipo
il corpo, la coperta, il cimitero. In questi casi, il pattern, l'unità,
ha una sua logica che determina i link. Anche nei miei testi lineari sono sempre
alla ricerca di unità formali, che oppongano resistenza alla linearità
della trama e creino una sorta di spazialità implicita.
Come scrittore dilettante di ipertesti spesso ho la sensazione di essere nella stessa situazione di un montatore video, più che in quella di uno scrittore tradizionale, specialmente quanto devo organizzare i link tra le pagine. Sembra anche a voi?
Shelley Jackson
Per me fare
ipertesti no assomiglia affatto a fare film. I film sono lineari, almeno per
ora. Scrivere un romanzo piuttosto è come fare un film…
Dirk Stratton
Buona analogia.
Anche se non ci avevo mai pensato prima, sospetto che lo farò in futuro.
Mark Amerika
Sì, potemmo
chiamarla una orchestrazione di effetti di scrittura. Questi possono essere
tesuali, sessuali, ipertestuali, qualsiasi altra cosa. La cosa importante è
prendere quel "grammo" e creare applicazioni narrative da sogno che possano
far disabituare dall'esperienza canonica di web surfing. Lavorare contro i link,
anche se si sta linkando. Unità discrete di testo sono ok, e ogni tanto
funzionano, ma come "risuonano" le parole, o meglio i riff linguistici dello
scrittore-in-network, con i modi di produzione culturale oggi disponibili nell'ambiente
dei nuovi media? Ragionando sulla risposta a questa domanda speriamo di liberarci
di metodo, genere, e bisogno di costruire un vocabolario modellato sull'arte
e sulla scrittura del ventesimo secolo.
In generale, quali possono essere le differenze tra il processo di scrittura narrativa lineare e ipertestuale?
Mark Amerika
Per me nessuna.
Ma è perché i miei romanzi sono già hyperfiction.
Questa è abbstanza semplice. Potreste elencare qualcuno degli ispiratori della forma ipertestuale tra gli scrittori del passato? (scrittori che hanno influenzato non il vostro stile ma la decisione di scrivere ipertesti invece / oltre che fiction tradizionale)
Mark Amerika
Troppi per essere
elencati qui, ma li potete trovare tutti su Amerika Online
http://www.altx.com/amerika.online
Dirk Stratton
Per me, il fascino
delle note a piè pagina di tutti i tipi (da quelle dei fogli accademici
a quelle di un romanzo come "Infinite Jest") è stato la maggiore ragione
della mia attrazione per gli ipertesti. L'ipertesto è il generatore di
note definitivo.
Shelley Jackson
Sterne, Borges,
Calvino, Cortazar, Nabokov, Queneau…
William Gillespie
Non è
esattamente una risposta, ma i seguenti scrittori sono alcuni di quelli che
hanno influenzato il mio stile, mi hanno stuzzicato con la sperimentazione letteraria,
e indirettamente mi hanno portato alla fiction e alla poesia multisequenziale
per la pagina prima e per il computer poi: Julio Cortazar, May Swenson, Raymond
Queneau, Lyn Hejinian, Harry Mathews, Bernadette Mayer, Italo Calvino, Virginia
Woolf.
I vostri iper-lavori hanno rinunciato a raccontare una storia?
Dirk Stratton
No. D'altra
parte credo sia impossibile rinunciare alla narrazione, non importa quanto uno
ci provi. Essere umani significa essere coscienti, usare coscienza. E la coscienza
è essenzialmente un meccanismo narrativo, è così che funziona
ed è così che è: la storia continua di "Io". Quindi tutto
quello che la coscienza tocca viene "infettato" dalla narrazione. Questo include
tutti gli iper-lavori, non solo il mio.
William Gillespie
Cerco ancora
di raccontare una storia, anche nella mia poesia, nel teatro, nei videogiochi.
Adrienne Eisen
Ho iniziato
a scrivere seriamente intorno al 92. Nel 1993 qualcuno mi disse che non avrei
mai potuto scrivere un romanzo perché tutto quello che scrivevo era lungo
una pagina, contenuto in se stessa.. Lo stesso anno incontrai gente che lavorava
alla Philips Media, cercavano di immaginarsi cosa mettere nel primo CD-I (il
precursore del cd rom). Allora realizzai che la mia scrittura si sarebbe adattata
perfettamente a quel medium, così ho iniziato a dire in giro che scrivevo
narrativa interattiva.
Per diventare
una migliore scrittrice di quel che volevo scrivere mi sono messa a leggere
tutte le storie brevi che mi capitavano sotto tiro. Poi ho letto anche antologie
di storie brevi per capire cosa fa diventare "qualcos'altro" un mucchio di storie
brevi.
Shelley Jackson
No. E sì.
Dipende dal lavoro. Se la domanda è, dobbiamo rinunciare a raccontare
storie, la risposta è no. Ma sono interessata a molte cose oltre al raccontare
storie.
Consideri i tuoi lavori più simili alla poesia (o al teatro, o ai videogiochi, o a qualcos'altro) che alla narrazione?
Mark Amerika
La Cnn l'ha
chiamata Internet Art, e anche il Whitney Museum. Usa Today l'ha chiamata I-art.
Forse loro sanno qualcosa che noi non sappiamo?
Dirk Stratton
No. The Unknown
è più vicino alla fiction che a qualsiasi altra cosa. In ogni
caso non credo che fare distinzioni del genere serva a qualcosa.
Shelley Jackson
Spero che il
mio lavoro metta in dubbio il desiderio di classificarlo.
Intervista condotta via email tra agosto e settembre 2000. Si ringraziano gli autori e Kristine di Alt-X per la gentilezza e la disponibilità.