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#7 Data Trash

SwordsWords

di Ctrl-Alt-Canc


Parole come spade come parole come spade per lottare in questo mondo digitale servono parole come spade e io ho forgiato le mie parole del potere per potere lottare. Una spada non può tagliarsi con la propria lama, e le mie parole digitali non possono descriversi né comprendersi. Stringhe alfanumeriche protette da algoritmi di criptazione fuzzy, codici in grado di creare il proprio interprete, e riprodursi con sottili varianti attraverso accoppiamenti fra n sessi, moltiplicandosi e lottando in una astratta contesa per il proprio spazio vitale negli anfratti della memoria libera di qualche server satellitare in orbita geostazionaria finchè l'esemplare più adatto - l'unico a sopravvivere al cannibalismo virtuale del proprio ceppo virale - è pronto all'uso, pronto ad essere la mia nuova spada logica. 
I cavalieri medievali piantavano la propria spada per terra e s'inginocchiavano di fronte alla croce formata dall'elsa, pregando il loro dio. Non c'è terra dove piantare le mie spade logiche ma del resto esse non sono simboli di un assoluto eterno, sono struttura e processo, sono l'essere e il divenire, sono gödeliane contraddizioni fra coerenza e completezza. 
Prima di diventare un Ragno avevo delle motivazioni, sbagliate ma motivazioni. Avevo motivazioni perché avevo un ego, avevo un ego perché ero schiavo delle mie percezioni. Non avevo compreso che "io" ero solo l'illusorio confine fra degli input sensoriali, delle azioni fisiche, e una indefinitamente complessa struttura mentale autoriflessiva. Non avevo capito che "io" ero un succedersi di stati in una rete. Non mi ero lasciato prendere dal flusso. Ero convinto di essere perché pensavo. Mi lasciavo fuorviare dal linguaggio che mi definiva. Sbagliavo.
All'inizio ero solo un ragazzino sveglio, imprudente quanto basta, appassionato di computers e di software piratato. Ansioso di fare colpo sui coetanei, sulle coetanee, e di dimostrare a sé stesso di valere qualcosa. Ma non trafficavo solo in software, la mia passione per la violazione dei diritti d'autore dell'opera intellettuale (o dell'Op.In, come spesso era abbreviata per semplicità) mi spinse presto a diventare fornitore di opere letterarie, musicali, artistiche in genere per gli intellettuali squattrinati della città, anche se attraverso la Rete fornivo materiale a un sacco di gente sparsa per il globo.
Seguendo i dibattiti dell'epoca, se ne sarebbe ricavata l'impressione fuorviante che le due motivazioni principali che spinsero ad affermare il formato digitale come unico ammesso per la commercializzazione dell'Op.In furono la necessità di ridurre la deforestazione e la volontà di aumentare la diffusione della cultura in genere, attraverso l'adozione di una forma commerciabilmente più conveniente per le sue minori spese di produzione, immagazzinamento e distribuzione. Ovviamente l'effetto principale e motivo primo dell'adozione del formato digitale obbligatorio fu un aumento esponenziale delle capacità di controllo delle multinazionali. La versione digitale di ogni testo, di ogni fotografia, di ogni film, di ogni brano musicale venne dotata dell'equivalente logico di un doppiofondo segreto, pronto per essere riempito dai codici di protezione dell'autore, dell'editore, del distributore, una sottile filigrana di marchi e sigilli invisibile durante la consultazione dell'opera ma efficacissima nel suo compito di impedire le riproduzioni non autorizzate. Il carattere parzialmente removibile di questi codici algoritmici di protezione, voluto per rendere possibile un loro aggiornamento automatico, li rendeva in grado di resistere agli attacchi degli strumenti sempre più aggiornati di chi, come me, voleva rosicchiare per sé parte del megaprofitto delle multi. 
Naturalmente per avere dei risultati bisogna sapere scavare fra le contraddizioni del nemico, e usare a proprio vantaggio la sua stessa forza. Nel caso delle multi, la loro forza risiedeva nella capacità di controllo e nella loro ricchezza. La capacità di controllo dipendeva dalla enorme quantità di dati che avevano acquistato, ereditato, rubato nel corso degli anni e che andavano aggiornando di secondo in secondo; dati che permettevano loro di prevedere, orientare, sfruttare, determinare in maniera caoticamente iperdeterministica i gusti delle masse. Ma nella costante competizione le une contro le altre, le multi si erano infilate in un vicolo cieco evoluzionistico, come alberi titanici in una foresta che lottando per strapparsi il sole a vicenda diventano più alti di generazione in generazione, e alla fine riescono a malapena a trarre l'energia per i propri enormi, inutili tronchi, pronti a essere cancellati come specie dalla prima minima variazione climatica. Nella costante corsa all'accrescimento economico e alla riduzione delle spese le multi avevano dovuto mantenere bassi i salari dei propri dipendenti, accentrando i benefici dell'accumulazione di potere sui propri dirigenti, sempre più espressione di una sorta di buroaristocrazia manageriale. Le più raffinate tecniche di fidelizzazione degli impiegati, mascherate da tecniche di formazione a ciclo continuo, spesso prossime al lavaggio del cervello e alla spersonalizzazione, non riuscivano a impedire che molti divulgassero attraverso canali clandestini i dati cui avevano accesso, spinti da un desiderio edipico-classista di rivalsa sull'azienda-madre o da un mero bisogno di arrivare a fine mese e pagare l'affitto.
Dopo cinque anni che smerciavo Op.In mi ero creato una buona rete di informatori, ma dal punto di vista psico-somatico ero da buttare via. Frequentavo un ambiente nel quale ogni contatto può essere un agente della sicurezza industriale di questa o quella multi; tendenze paranoidi mi rendevano sospettoso fino all'inverosimile, costringendomi fra l'altro a continui gesti compulsivi assolutamente inutili ma inarrestabili, come portarmi alla fronte tre volte ogni supporto optomagnetico che mi accingevo a violare. Inoltre la continua esposizione a un flusso di informazioni assolutamente eterogeneo e asistematico mi aveva reso un caso da manuale medico di turbe allucinatorie da sovraesposizione informativa. Se vogliamo aggiungerci gli psicofarmaci che assumevo per rimanere sveglio e attivo, possiamo anche descrivermi come una pallina da pachinko rimbalzante tra pioli psichici e chimici sempre più in basso, sempre più in basso, verso l'inevitabile fondo.
Ma un bel giorno divenni un Ragno. Il primo Ragno.
Posso dire con certezza che l'origine sia stata in un cocktail particolarmente azzardato di neurostimolatori sperimentali, che un mio cliente mi aveva dato come pagamento in natura in cambio dell'opera omnia di Murakami. Può sembrare un cattivo affare per uno spacciatore com'ero barattare un paio di flaconi di robe chimico-genetiche con una piastra op-mag perfettamente sprotetta e per di più di uno scrittore nippo, di gran moda dopo aver vinto il Nobel; ma
1) avevo bisogno di qualche sostanza
2) sapevo che tanto il cliente prima o poi sarebbe tornato per comprare tutto quello che avevo di Carver, (lo fanno tutti quelli che prendono l'omnia del nippo, non si scappa) allora avrei potuto fargli il prezzo che mi pareva.
Il cocktail era stato elaborato nei laboratori di una delle principali compagnie che si occupavano di neurogenetica applicata, il mio cliente - un semplice tecnico di laboratorio - era riuscito a mettere insieme il flacone in sei mesi, nascondendo dentro una capsula che normalmente portava su per il culo qualche goccia al giorno di ciò che trovava nelle provette da lavare. Con le debite proporzioni, la versione hi-tech di un cameriere che vi sputa nella minestra, probabilmente.
Quella bomba chimica iperneurostimolante mi fece stare su per otto giorni, in ogni senso. Poi dormii per una settimana. Secondo una razionale ricostruzione dei fatti, fu durante il sonno che iniziarono i mutamenti; niente di visibile ovviamente o purtroppo ma in sostanza il mio cervello subì una certa riorganizzazione, niente a livello di corteccia per fortuna, altrimenti chissà cosa starei grugnendo ora invece di forgiare spade logiche; ma l'amigdala si ramificò in maniera molto singolare, stabilendo o rafforzando i suoi legami sinaptici con ogni zona del mio cervello e, cosa ancora più singolare e rilevante, con i vari organi di senso e con la colonna vertebrale. In teoria questo avrebbe dovuto rendermi un demente totale, certo l'opposto di un lobotomizzato ma spesso gli opposti si toccano: avrei potuto restare vittima dei miei impulsi. Era come se la parte più veloce e primitiva del cervello avesse bypassato tutto il resto, quindi se un qualsiasi impulso recepito dai miei sensi avesse fatto scattare una qualche associazione pavloviana nella mia amigdala - paura? rabbia? eccitazione? e magari in conseguenza di un'associazione mentale sviluppata all'eta di tredici mesi, l'amigdala avrebbe subito deciso una strategia ovviamente non necessariamente congrua al contesto ma inflessibilmente applicata dal mio cervello, mirabile labirintico cosmo costretto a obbedire a un sottoorgano nato per distinguere gli odori. Tuttavia la mia grave sindrome da sovraesposizione informativa mi rendeva talmente pieno di frammentate assurde contraddittorie memorie che l'esito dell'ipertrofia amigdalica è stato una specie di cortocircuito, in pratica ad ogni singolo stimolo sensoriale di una certa rilevanza, reti di collegamenti si formano scindono collidono rendendo impossibile il rapimento neurale, certo i livelli di serotonina e noradrenaline sono un po' più variabili che nella norma, ma alla fine è così che ho raggiunto l'illuminazione e sono divenuto un Ragno.
La consapevolezza rovesciata che mi attraversò al risveglio dopo i sette giorni di sonno metamorfico è stata l'illuminazione, non un atto ma un continuo processo che ancora mi attraversa. Mentre quindi una piccola parte di me ancora serba memoria del mio antico io, e qui ne pensa e qui ne scrive, per il resto la mia struttura fisico-psichica è contraddittoriamente caratterizzata dall'aver conservato una ampia base di conoscenze acquisite dal me che fu nella sua carriera di violatore di copyright, e dall'essere completamente e assolutamente incapace di riferirsi al sé attuale come a un ego. Ampie parti della memoria hanno mantenuto una configurazione stabilmente isomorfica con gli schemi di percezione del mondo che avevo prima dell'illuminazione; questo comporta che ho comunque continuato a fare ciò che facevo prima, ma ora non ho motivazioni, non ho scopi, percorro la Via essendo partenza cammino viandante e destinazione, seguo il flusso dell'azione in uno stato di perenne rivolgimento verso l'esterno, e così da autoesaltato spacciatore di Op.In ubriaco di sé sono divenuto consapevolmente inconsapevole, sono divenuto il primo dei Ragni che usano la Rete come propria dimora. Guidato da un istinto infallibile, riesco a volteggiare nel flusso di dati con la grazia di un gabbiano nel vento; brandisco le mie spade logiche e non temo ciò che non conosco. Se prima dell'illuminazione avessi fatto altro ora sarei altro, per quanto possa avere un senso la parola se, per quanto possa avere un senso la parola altro; ma comunque avei seguito la via senza esitazione. E invece adesso passo gran parte del mio tempo collegato a terminali portatili di comunicazione remota, frantumando le difese sempre più risibili che le multi cercano di sviluppare intorno all'informazione, all'arte, alla comunicazione. Ho imparato a conoscere le loro crepe e con la costanza della goccia d'acqua scavo voragini; incapaci di muoversi con la grazia del giunco, le loro difese si spezzano quando il mio vento soffia su di loro. 
Non sono l'unico Ragno. Altri mi hanno raggiunto, mi seguono, ma finchè penseranno a me come un obiettivo, come un maestro, non potranno essere illuminati. Forse qualcuno di loro capirà che loro sono me e io sono loro, e le mie spade logiche sono i forzieri elettronici che violano, e che potrebbero benissimo raggiungere l'illuminazione senza essere Ragni, anche facendo gli agenti della sicurezza industriale, o i pornoattori, semprechè riescano a ignorare sé. Cosa non facilissima, temo, senza una ipertrofica amigdala.